Etica pubblica per una scuola capace di futuro

di Massimilano Arif Ay*

La società spirata dalla globalizzazione economica tende all'omologazione culturale. Una società in cui il consumismo diventa la regola e l'orologio della vita. Una società che per la vecchia legge del profitto tende a strumentalizzare la cultura e la conoscenza tentando di forgiare una gioventù senza voglia di mettere in discussione un sistema sociale basato sull'ingiustizia e la disparità.
Ecco il contesto in cui ci troviamo a portare avanti la nostra quotidiana battaglia per salvaguardare non solo la cultura trasformata ormai in una merce qualunque, ma pure lo stesso principio di democrazia partecipativa. Democrazia nel senso più genuino del termine.
Con questa premessa diventa importante la lettura del saggio del professor Giuseppe Deiana "Insegnare l'etica pubblica" che giustamente riconosce nell'educazione alla cittadinanza, una sfida per la scuola.
Lungi dal considerare la cittadinanza semplicisticamente come concetto prodotto dal nazionalismo borghese: essa indica prima di tutto il senso di appartenenza ad un paese che ha saputo ribellarsi al giogo fascista ed è rinato sui valori della Resistenza e della Repubblica. Questo anche perché, più che in altri paesi, la Costituzione italiana "non si limita a enunciare le regole del funzionamento delle istituzioni, ma delinea anche alcuni valori etico-sociali derivanti dalla sintesi tra la cultura liberale, quella cattolica e quella socialista".
La cittadinanza è così da intendere come senso di appartenenza comune che permette l'acquisizione di un'esperienza critica nei confronti della realtà sociale, passo fondamentale per il continuo miglioramento della stessa. E' questa la prospettiva - per usare le parole dell'autore - "di una buona scuola come condizione di una buona società.
In questo senso la nostra società ha più che mai bisogno di una buona scuola; ha bisogno di un luogo salvo o franco in cui tutti i giovani possano sviluppare la passione del conoscere e del vivere civile e, con ciò, condividere i valori della democrazia partecipata".
Saggiamente viene fatto notare come siano di ben inferiore importanza i discorsi sugli aspetti formali della scuola (riforma dei cicli, autonomia, …), in mancanza di un vero dibattito sugli aspetti di sostanza e di contenuto delle varie riforme che gravano sull'istituzione scolastica: "il popolo più felice sarà quello che avrà istruito meglio i suoi bambini", sosteneva José Marti, proprio su questo punto dobbiamo iniziare tutti a interrogarci, a riflettere e a rivendicare una riforma della scuola basata su aspetti pedagogici e didattici chiari e innovativi, non sulle imposizioni che arrivano dal padronato, dal mercato del lavoro e degli interessi economici che guardano la scuola come ad una fabbrica di futura manodopera assimilabile nei processi di sfruttamento umano.

Correttamente l'autore nota, in un paragrafo dal titolo emblematico "ripensare il compito della scuola ripartendo da un fallimento", come i veri problemi della stessa siano culturali più che istituzionali.
Nella stessa introduzione al libro è inoltre giustamente sottolineato come "per rinnovare la scuola è dunque necessario che siano gli insegnanti a fare la riforma".
Io vi aggiungerei anche studenti e genitori, ma il discorso non cambia: la scuola deve essere un'entità in movimento, purché tale dinamicità sia studiata e gestita dai protagonisti, dai soggetti che ne compongono la realtà.
Un chiaro basta, insomma, all'influenza manageriale che vuole standardizzare la cultura e la sua diffusione in base a meri interessi mercantili ormai sovranazionali.

Nel momento in cui al docente sarà riconosciuto sia un ruolo sociale indispensabile, sia un ruolo importante nella cogestione dell'educazione col mondo studentesco, ecco che non vi sarà il pericolo di una funzionarizzazione e di una burocratizzazione della professione docente ma al contrario l'insegnante sarà - parafrasando l'autore - un professionista competente e un intellettuale attivo e responsabile che sappia trasmettere non la mera nozione, ma la passione per la conoscenza e l'essenza del senso civico e del senso solidale dell'uomo.
E qui si potrà poi inserire una proposta interdisciplinare nell'insegnamento per la creazione di quell'ethos giovanile che ritroviamo in tutto il testo.
Come studente svizzero-italiano non posso qui non ricordare come la riforma degli studi liceali che ha colpito il Canton Ticino e l'intera Confederazione elvetica, benché mascherata dal discorso avanguardista dell'interdisciplinarietà, non era altro che un cambiamento voluto per favorire l'utilitarismo più spinto.
Il pensiero di Deiana sottolinea come il ruolo dei docenti di materie letterarie debba assumere una forza propulsiva "nel modo collaborativo di insegnare e apprendere".
L'autore coglie l'occasione anche per osservare - recuperando qui in sottofondo il pensiero di Erich Fromm e della scuola di Francoforte - come immersi in una società a senso e a pensiero unico, ancor più pericoloso forse dei totalitarismi storici, proprio perché oggi il tutto è velato da ampi discorsi su civiltà, questione morale e democrazia sempre meno partecipativa, sia necessario recuperare le categorie dell'essere e dell'avere affinché si riesca a distinguere due modi di vita, di cui uno portatore inevitabile di quello che Deiana definisce coraggiosamente "consumismo anestetizzante".

Il risveglio da questo stato, se mai risveglio potrà esserci, è compito nostro, insegnanti e studenti, compito della scuola.

 

*Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti Svizzera - FESAL - E

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