Succube del mercato

di Massimiliano Arif Ay

Questa è la storia di un caso concreto accaduto nel giugno 2003 in un scuola professionale artistica di Lugano. Situazione che sollevò un polverone, ma che in realtà altro non era che un tipico esempio di quella tendenza europea che è il dominio dell'economia non solo sull'uomo, ma anche sulla sua formazione.
Il Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA) è una scuola professionale artigianale con sede a Lugano, nella Svizzera italiana. È una scuola di avviamento professionale per grafici, pittori espositori, fotografi e altre professioni a cui si accede terminato l'obbligo scolastico previo un esame di ammissione basato sulle conoscenze grafico-pittoriche dell'allievo.
Il curricolo di studi prevede un anno cosiddetto unitario, identico per tutti, dopodiché avviene la divisione in sezione specialistiche.
Non è questa la sede per esporre dettagliatamente ogni singolo problema di questa specifica realtà.
Si tratta di problemi comunque enormi che vorrei velocemente citare: rapporto docente-allievo basato sullo standard di qualità ISO-9001 (come un'azienda), diplomi riconosciuti solo nel cantone Ticino e non nel resto della Svizzera, studi triennali di pittura artistica che forniscono un diploma da semplice imbianchino, gestione delle assenze con misure disciplinari draconiane, possibilità di sciogliere l'assemblea ordinaria degli allievi qualora questa assumesse posizioni di critica alla scuola. Tuttavia il caso che ha portato all'onore (o al disonore?) della cronaca il CSIA è stato l'incresciosa esclusione dal diritto allo studio di trentadue ragazzi.
Ma procediamo con ordine: all'inizio dell'anno scolastico 2003/04 al CSIA si accoglie un numero di ragazzini al primo anno, palesemente superiore alla quantità adatta per lo spazio in sede. La Divisione professionale del ministero dell'educazione e la direzione della scuola non si preoccupano: stando alle statistiche, infatti, il 30% dei nuovi arrivati abbandonerà gli studi a metà anno, oppure li boccerà al termine della prima classe, cosa che equilibrerebbe il numero di allievi in seconda. Profondi educatori, non c'è che dire, coloro che augurano ai propri alunni di fallire!
Purtroppo, così verrebbe da dire, i "primini" dello scorso anno furono troppo bravi: in giugno trentadue studenti risultavano in sovrappiù e non si poteva garantire loro uno spazio in sede per poter frequentare l'anno successivo, a cui avevano diritto avendo brillantemente raggiunto tutti i presupposti legali per la promozione.
Con scene di disperazione ben immaginabili ai ragazzi viene sbattuta la porta in faccia: "o ripetete l'anno oppure vi trovate un'altra formazione"!
Per taluni un anno buttato via, per altri un sogno e una passione frantumata, per altri ancora la disoccupazione per almeno un anno.
Un esponente "socialista" dell'Ufficio scuole artigianali prorompe disgustando l'opinione pubblica in un "la scuola favorisce la competizione fra i ragazzi", il direttore della Divisione professionale, di fede liberale - radicale, sostiene che "il mercato è saturo, il CSIA produce disoccupati".
L'opinione del comitato allievi di sede è ben diversa, in quanto con la possibilità offerte dalle scuole universitarie professionali si può benissimo trovare sbocchi, inoltre il mercato artistico nella vicina Italia non è affatto chiuso.
E' mai possibile che un paese ricco come la Svizzera non sia in grado di offrire a tutti una formazione nel settore desiderato? Occorre presentare obiettivamente ai ragazzi al termine delle scuole medie le reali possibilità occupazionali dopo una formazione artistica, ma se qualcuno desidera nonostante tutto coronare le sue aspirazioni seguendo una tale formazione non è legittimo bloccarlo.
Tanto meno è legittimo se lo si blocca perché il padronato chiede anno per anno di favorire uno o l'altro settore, per disporre di una manodopera secondo le esigenze congiunturali. Purtroppo anche gli insegnanti non riescono a capire del tutto gli studenti, anzi chiedono di istituire una maggiore selezione all'entrata nella forma del numerus clausus.
Addirittura il vicedirettore della scuola alla mia domanda "ma come vi siete sentiti, come educatori, a eliminare così i vostri ragazzi?", mi ha blandamente risposto - provocando una mia reazione sdegnata - "noi non siamo educatori, siamo datori di lavoro"!
Un'indagine giornalistica ha reso noto che in diverse altre scuole professionali ticinesi la pratica che avviene al CSIA è una realtà da sempre: mai però le cifre degli esclusi era tanto alta per far nascere lo scandalo. E senza effetto mediatico, anche i sindacati non agiscono... Che fine hanno fatto quei 32 studenti? quattro hanno abbandonato la scuola trovando un altro posto di tirocinio, uno (di origine straniera) è a casa senza lavoro, gli altri - a seguito del rumore che hanno fatto genitori e studenti uniti - sono stati inseriti a forza in altri curricoli della scuola. Così accade che un allievo che desiderava fare il grafico si ritrova a frequentare per forza i corsi di pittura, lavorando in cantina senza acqua corrente (!), già non c'erano aule ... Mentre il budget scolastico generale veniva tagliato, al CSIA piovevano tre milioni di franchi svizzeri per abbellimenti esterni (tettoie, ecc.) intenzionati a nascondere la speculazione edilizia che si cela dietro quello stabile. Haidi Giuliani ci ha scritto attestando la sua solidarietà e venendo a conoscenza dell'accaduto ha affermato: "non hanno più pudore".