da Repubblica
Martedì, 28 Novembre 2006
Se la scuola non ci rende uguali
Il nostro sistema scolastico è tra quelli meno capaci in Europa di
favorire emancipazione. Più del merito conta l´origine sociale: la
severa diagnosi di sociologi ed economisti
Nel Novecento è aumentato il tasso di scolarità, ma non è diminuita la
disparità
Il figlio di un laureato ha molte più probabilità di iscriversi in un
liceo
Sono pochi i figli di padri col titolo di scuola media che s´iscrivono
all´Università
Il maestro Marco Rossi-Doria: "È peggio oggi che ai tempi di don Milani"
MILANO
La scuola fa notizia soltanto in casi eclatanti, o perché preda del
bullismo o quando le maestre zittiscono i bambini con lo scotch. Rischia
di passare sotto silenzio la gravissima diagnosi su cui ormai concordano
- cosa piuttosto rara - sociologi, economisti e pedagogisti: il nostro
sistema scolastico è tra i più arretrati in Europa nel porre riparo alle
diseguaglianze sociali. O, detto in modo più ruvido, la nostra è ancora
una scuola di "classe", che privilegia i ceti agiati e penalizza le
famiglie socialmente più fragili. Il dato lo ricaviamo non dalla
propaganda di pericolosi sovversivi, ma da una gran messe di cifre
sconsolate, tabelle econometriche e inchieste sociologiche che si
riversano in preziose pubblicazioni accademiche generalmente ignorate
dal dibattito pubblico.
Dinanzi a questi logaritmi ogni illusione di democratizzazione è
destinata a franare. Se è vero che nel corso del Novecento è aumentato
diffusamente il tasso di scolarità, non è diminuita la disparità
nell´accesso all´istruzione, soprattutto nel suo ultimo segmento, che
include secondaria superiore e università. Anzi, a guardare meglio,
negli ultimi anni va registrata un´inversione di tendenza:
inesorabilmente al peggio. Per dirla con Marco Rossi-Doria, un maestro
di strada impegnato nella trincea di Napoli, «è peggio oggi che ai tempi
di don Milani». La scuola italiana è tra quelle meno capaci di favorire
emancipazione.
La malinconica acquisizione è documentata in diversi saggi, che di
recente hanno arricchito il catalogo del Mulino. Basti prendere il nuovo
lavoro di Gabriele Ballarino e Daniele Checchi, un sociologo e un
economista attenti al rapporto tra scuola e disuguaglianza (Sistema
scolastico e disuguaglianza sociale, pagg. 244, euro 18,50). Tutta una
serie di geroglifici matematici, ricavati dall´incrocio tra le indagini
Pisa (Programme for International Student Assessment) e dati Istat,
convergono nel dimostrare che la scelta della scuola secondaria - ossia
la scelta tra licei, istituti tecnici e istituti professionali - è
ancora fortemente condizionata dal livello di istruzione dei genitori:
in Italia più che altrove. Sicuramente più che in Germania, dove le
capacità individuali sono tenute in massimo conto. Da noi il merito
appare quasi ridotto a un optional. O, meglio, incide per le classi
inferiori, ma è ininfluente per quelle più elevate. Due studenti
identici in termini di competenze ed esperienza scolastica, ma diversi
in quanto solo uno dei due ha almeno un genitore laureato,
fronteggeranno probabilità di iscrizione scolastica significativamente
diverse. Tradotto in termini statistici, il figlio del laureato ha
venticinque punti percentuali di probabilità in più rispetto al figlio
del diplomato nel proseguire gli studi in un liceo. Un privilegio
ereditario, slegato dalle reali inclinazioni dello studente.
Da questa disparità ne discende fatalmente un´altra, che coinvolge
l´istruzione terziaria ossia l´università. La scelta della secondaria
superiore finisce per condizionare anche il passo successivo. Le stesse
indagini Pisa mostrano che gli studenti nutrono aspirazioni diverse a
seconda della scuola frequentata. L´80,5 per cento degli studenti
iscritti nei licei dichiara di volersi laureare contro il 34,5 per cento
degli iscritti nelle scuole tecniche e il 15,9 per cento degli iscritti
nelle scuole professionali. È la scuola frequentata, assai più delle
personali competenze, a modellare le aspirazioni dei ragazzi. La
diagnosi di Daniele Checchi, preside della facoltà di Scienze Politiche
all´Università di Milano, e Luca Flabbi, ricercatore della Georgetown
University, non lascia margini di speranza. «Se l´istruzione dei
genitori conta perfino nella transizione universitaria, e non si dissipa
col procedere della carriera, ne dobbiamo inferire che l´Italia è ancora
molto lontana dall´offrire un´uguaglianza nelle opportunità di accesso,
così come anche si riscontra nel mercato del lavoro successivo».
Un paese rigidamente diviso in caste, immobile e marchiato dalle
disparità, dove «la classe di origine influisce in misura rilevante e
limita la possibilità di movimento all´interno dello spazio sociale». È
l´Italia fotografata dall´Istat, che ci colloca insieme a Portogallo,
Spagna, Irlanda e Grecia, nel gruppo dei paesi con la più alta
disuguaglianza e con minore mobilità sociale (concentrata nel
Mezzogiorno la più alta sperequazione dei redditi). E il paese delle
"vite ineguali", secondo una felice formula di Antonio Schizzerotto, un
sociologo che al tema della disuguaglianza nell´Italia contemporanea ha
dedicato vent´anni di ricerche e alcuni libri fondamentali (vedi box qui
sotto). Nel suo fortunato Vite ineguali (il Mulino, pagg. 398, euro 24)
ha messo in evidenza una clamorosa contraddizione che riguarda tutte le
società avanzate, ma in particolare la nostra. Il paradosso poco
democratico per cui «nonostante la crescita del tasso di scolarità,
costante nel corso del secolo scorso, e nonostante le riforme del
sistema scolastico improntate a principi egualitari, l´influenza della
classe di origine sulle chance di proseguire la propria formazione dopo
la scuola media non è sostanzialmente mutata nel corso del XX secolo».
Non solo non è mutata, ma negli ultimi anni la disparità è addirittura
aumentata. Una tendenza rimarcata dal medesimo Schizzerotto, in un libro
recente curato con Carlo Barone (Sociologia dell´Istruzione, il Mulino,
pagg. 212, euro 18): la diseguaglianza tende ad accrescere nell´ultimo
tratto del percorso scolastico, ossia all´Università, sulla cui soglia i
figli dei ceti deboli inclinano ad arrestarsi.
Gli americani lo chiamano "glass ceiling", ossia soffitto di vetro.
L´economista Daniele Checchi usa questa immagine per esemplificare le
difficoltà in cui s´imbattono oggi in Italia gli studenti socialmente
più fragili. Impedimenti invisibili, sotterranei, ma non per questo meno
gravosi. In uno studio recentissimo realizzato con Marco Leonardi e
Carlo Fiorio, che ancora deve essere discusso in ambito accademico e che
si fonda su indagini campionarie condotte dalla Banca d´Italia, egli
traduce in cifre questo "soffitto di vetro". Ancora nelle ultime
generazioni, ossia i nati negli anni Settanta, circa il trenta per cento
dei figli di padri con titolo di scuola media raggiunge il titolo di
scuola media, quasi il sessanta per cento raggiunge il titolo di scuola
superiore, ma solo pochi (per percentuali inferiori al dieci per cento)
raggiungono la laurea. La quota di chi ha conseguito la laurea aumenta
più per coloro i quali hanno avuto un padre laureato piuttosto che per
quelli il cui padre ha solo un titolo di scuola media inferiore.
Disparità genera altra disparità. La laurea come prodotto ereditario.
Le ragioni d´un sistema sostanzialmente fondato sulle caste? Una prima
possibile risposta è legata a «un rendimento differenziale
dell´istruzione», che dipende dal background famigliare. Spiega Checchi:
«Se grazie alle reti famigliari i figli dei genitori più istruiti a
parità di titoli di studio conseguiti trovano accesso alle occupazioni
migliori (lavori più interessanti, meglio retribuiti, con migliori
prospettive di carriera), è chiaro che i figli dei genitori meno
istruiti hanno minori incentivi a proseguire». C´è poi una seconda
spiegazione, legata al diverso costo-opportunità. «Studiare
all´Università», prosegue Checchi, «implica per le classi meno agiate
una maggiore perdita in termini salariali rispetto alle famiglie di
laureati», sacrifici in proporzione assai più onerosi. A questo
s´aggiunge «il maggior rischio dell´investimento», causato da una più
alta probabilità di abbandono. La conclusione è amara, in un´analisi
complessiva dell´ultimo mezzo secolo che pure inclina a toni rosei.
Conviene ascoltare il professor Checchi: «È innegabile che negli ultimi
sessant´anni ci sia stata una crescente scolarizzazione che ha di fatto
accorciato le distanze fondate sull´ambiente di provenienza. Oltre il
trenta per cento delle coorti nate tra il 1915 e il 1919 non aveva alcun
titolo di studio, oltre il 52 per cento si fermava alle elementari e
solo il due per cento possedeva una laurea. Nel corso del secolo,
dunque, la quota di cittadini privi di un titolo di studio s´è andata
riducendo, divenendo inferiore al nove per cento a partire dalle coorti
nate tra il 1940 e il 1944, le prime a beneficiare della Costituzione
repubblicana». Però, aggiunge lo studioso, «siamo ancora ben lontani
dall´aver conseguito la completa uguaglianza delle opportunità di
accesso. Prendiamo gli articoli 3 e 34 della Costituzione. Essi
sanciscono "la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale" e
che "i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a
raggiungere i gradi più alti degli studi". È evidente che il principio
declamato dalla carta non si traduce oggi in una possibilità reale per
gran parte della popolazione».
Ma una scuola pubblica che non favorisca mobilità sociale viene meno
alla sua funzione primaria, che è poi quella di consentire ai figli di
operai e disoccupati, contadini o impiegati, di fare cose diverse dai
propri genitori e guadagnare anche meglio. Ne è persuaso Marco
Rossi-Doria, che dal padre Manlio ha mutuato l´impegno meridionalista
traducendolo nella sua attività di maestro di strada nei vicoli dei
quartieri spagnoli. «La possibilità di emancipazione grazie alla scuola
pubblica è internazionalmente considerata anche un indicatore di
democraticità della società. Democrazia e mobilità sociale sono tra loro
legate e hanno origine in un buon sistema scolastico pubblico. Il primo
passo in questa direzione sta nella possibilità che i figli dei poveri,
grazie alla scuola, non riproducano la condizione di partenza, ma escano
dallo stato di indigenza». È in gioco in sostanza una battaglia di
democrazia, che si può vincere anche attraverso una differenziazione
nell´offerta scolastica, dando di più e di diverso a chi ne ha più
bisogno.
Parité ed égalité sembrano svanire nelle aule italiane. Appare
tramontata l´illusione, lungamente inseguita da movimenti democratici e
illustri pedagogisti, di porre fine alle drammatiche disparità
nell´accesso alla cultura intellettuale. Significativo il confronto con
il resto d´Europa. Se i paesi scandinavi occupano le graduatorie più
alte nel favorire uguaglianza, Germania e Francia insieme a Inghilterra
e Irlanda si attestano su una dignitosa medietà, l´Italia occupa i
gradini più bassi, lasciandosi dietro solo Grecia e Portogallo. Il fatto
è che l´egualitarismo non è mai stato un vessillo della nostra classe
politica, neppure a sinistra. L´ha toccato dolorosamente con mano un
protagonista delle battaglie per la democratizzazione della scuola,
Tullio De Mauro, dal 1999 al 2001 anni ministro della Pubblica
Istruzione. Nel volume La cultura degli italiani, curato per Laterza da
Francesco Erbani, racconta diffusamente le resistenze incontrate nella
stessa coalizione di centrosinistra. «Una delle obiezioni più frequenti
che mi sentivo rivolgere era: "Ma cos´è questo egualitarismo, questa
insistenza perché tutti studino? A che serve?"».
In controtendenza è la decisione del ministro Beppe Fioroni di dare
attuazione a una riforma pensata da Berlinguer e condivisa dai suoi
successori: l´innalzamento dell´obbligo scolastico ai sedici anni. Anche
su questo c´è l´accordo di economisti e sociologi: posticipando la
scelta della secondaria a un´età più matura, si contiene l´influenza del
background famigliare. Misura egualitaria, dunque, tesa a valorizzare il
merito. Una prima fiammella in quello che è stato espressivamente
definito "il grande inverno culturale". Converrà incoraggiarla, perché
il cammino è ancora molto lungo.
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