Le cose belle negli occhi dei ragazzi

 

di Stefano Fregonese*

 

“E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi’, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.”

Don Lorenzo Milani

 

Qualche tempo fa abbiamo preso a scriverci, noi genitori dei bambini della quinta C di via Ariberto, tramite un forum virtuale. La proposta di utilizzare la scrittura per approfondire discussioni iniziate la mattina fuori di scuola o durante le numerose cene che siamo ormai soliti organizzare ha avuto un grande successo. La massima libertà di passare dal tono serio a quello faceto, di organizzare via web un party di compleanno o la visita alla mostra di Andy Warhol, di scambiarsi le foto in digitale dell’ultima gita scolastica o il file in mp3 di una rara versione di Christmas time is here again dei Beatles, fino ai fotomontaggi irriverenti dei due maestri, ha certamente contribuito a fare gruppo. In realtà il gruppo dei genitori della quinta c è attivamente coeso da cinque anni, per altro passati in un soffio. Si iniziò trovandosi a bere birra al pub di piazza sant’Agostino, in prima elementare. In seconda nacque l’Atletico Ariberto uno squadrone di acciaccati quarantenni, cattivi abbastanza da rischiare crampi e contratture, stinchi e caviglie, pur di farsi applaudire dai figli impazienti a bordo campo. In terza le lotte per avere la scuola ristrutturata nei tempi promessi e in quarta la gita a Barbiana; e di nuovo in quinta. 

 

C’è un brano in Lettere a una professoressa in cui Don Milani, attraverso i suoi ragazzi, sollecita i genitori a farsi responsabili del rapporto tra il bambino e la scuola, a fare un sindacato di babbi e mamme. Certo la maggior parte dei nostri bambini rientra in quella maggioranza di signorini  che già in famiglia ha accesso ad una quantità di stimoli e di occasioni di apprendimento tale da rendere la loro esperienza più vicina a quella del piccolo Lorenzo piuttosto che a quella dei suoi allievi; né la scuola italiana odierna è paragonabile a quella del periodo che va dal dopoguerra al sessantotto. Ma non meno complessa è la situazione attuale rispetto ai tempi in cui visse e insegnò Don Milani; né meno difficile il compito di insegnanti e genitori oggi. Anzi proprio, se vogliamo, a causa di Don Milani, e di altri come lui, da Pasolini a Mario Lodi, da Ivan Illich al maestro Pastorini di Montespertoli, non è possibile sottrarsi alla responsabilità nei confronti dei bambini, sia per gli uni sia per gli altri. Davvero oggi, ciascuno è responsabile di tutto.

 

Un tutto che ovviamente ci sfugge, da cui siamo sopraffatti. Un tutto che per la sua contemporaneità e ubiquità sembra occupare ogni spazio sospingendoci sempre più, singoli individui, verso risacche esistenziali e mentali minimali; ambiti in cui il pensiero critico sembra perdere efficacia relazionale, l’accumularsi delle conoscenze sembra costituire una zavorra invece che una vela tesa al vento della storia. Il tempo stesso oggi, per usare una metafora di Claudio Magris, sembra scorrere in cerchio, ritornando sulle sponde lasciate indietro regalandoci l’impressione di muoverci in esso e con esso, dal passato verso il futuro e dal futuro verso il passato, in un presente di tutte le cose che, aggiungo io, spesso ci soverchia.

 

La relazione educativa, per Don Milani, fondata su una dedizione totale del maestro nei confronti dell’alunno, vuole comprendere tutte le cose. Rispetto al mondo di Don Milani, nel nostro sembra essersi capovolta la prospettiva del rapporto tra il tutto (il tempo, lo spazio, dio, la storia, la società, la scuola, etc.) e l’individuo. Così come egli parte dalla relazione con il singolo per comprendere all’interno di essa sempre più elementi tratti dal mondo interiore e da quello esterno, facendo della relazione educativa una relazione globale e non smettendo mai la funzione educativa, così al contrario oggi schiacciati dal sovraccarico dell’infinita globalità noi ci difendiamo parcellizzando la relazione, la conoscenza e la responsabilità in infinitesimi quantici.

 

La responsabilità viene esercitata dall’adulto, genitore o educatore, sempre più verso aspetti parziali dell’individuo bambino; come se il  bambino stesso fosse sezionabile, frazionabile in funzionalità diverse, corporee e mentali. Sono innumerevoli le persone che ricoprendo ruoli diversi si prendono cura di un unico bambino, o meglio di segmenti della vita di un unico bambino. Raramente ci si prende carico della totalità del bambino, della complessità della sua globalità. Questa impossibilità, che è vera espressione del disagio della civiltà, frutto di quella frammentazione dell’Io con cui ciascuno si deve confrontare, da Freud e Musil in poi, può essere contrastata forse solo attraverso il difficile e faticoso lavoro di tessitura di una rete relazionale attorno al bambino e alla sua poliedrica realtà, sperando di trattenere in questa rete anche quegli sfuggenti segni dei tempi che ci aiutano a immaginare quale sarà il suo futuro.

 

Don Milani, invece, è un eroe della responsabilità totale. Verso i suoi ragazzi era pieno di mille attenzioni, di mille cure. E poi era sempre lì, sempre. Arrivavano al mattino e lui era sulla porta ad attenderli. Andavano via e lui li accompagnava.  Sappiamo bene che l’accompagnamento non era un mero stare insieme, era piuttosto simile alla dedizione di una madre nei confronti di un neonato, totale. Era la disponibilità – si evince dagli scritti suoi e dei ragazzi di Barbiana, e dalle testimonianze di chi lassù si recava – ad accogliere e ad ingaggiare l’altro in una relazione di conoscenza, senza tralasciare amore e odio.

 

Il pensiero psicoanalitico si è dedicato ad esplorare gli elementi pulsionali basilari dell’attività mentale. Attività che sappiamo essere concepibile solo in termini relazionali. Attività che si fonda su alcune strutture inconsce che hanno come correlati affettivi consci amore odio e desiderio di conoscere. Don Milani ha esplorato, attraverso una prassi rigorosa, che Pasolini paragona a quella dei kibbutz israeliani, le possibilità di recuperare nel singolo alunno quell’amore della conoscenza che avverse condizioni socio-ambientali e colpevoli disfunzioni (se non perversioni) istituzionali hanno soffocato.

 

L’originalità del percorso milaniano sta nell’utilizzo del gruppo classe come elemento necessario per la riabilitazione del singolo alla conoscenza. Egli avvalora il pensiero di gruppo come elemento che trascende il singolo ma che dei pensieri dei singoli si compone. Egli avvalora l’apprendimento come esperienza condivisa dal gruppo nella sua integrità, dove la migliore capacità del singolo non è un valore ma uno strumento per accelerare il processo di sviluppo della conoscenza in tutti gli altri, nessuno escluso.

 

Don Milani si rende conto della irripetibilità della sua esperienza ove egli mette in pratica quegli assunti, al limite del paradosso, che gli servono per evidenziare le storture del sistema scolastico italiano di quegli anni. I motivi dell’irripetibilità dell’esperienza milaniana sono duplici: da un lato perché come dice Pasolini, Barbiana era un caso estremo già nel suo tempo, l’ultimo caso di vita preistorica rispetto alla seconda rivoluzione industriale e alla conseguente lotta di classe , in cui poteva inserirsi un prete moderno; dall’altro perché è difficile trovare nel normale corredo umano uno spirito critico nei riguardi degli uomini e della società, esemplare e implacabile, come quello esercitato da Don Milani, con una certa presunzione – suggerisce Pasolini – ma con purezza ascetica tale da permettergli, precorrendo il ’68, di portare a temine l’unico atto rivoluzionario di quegli anni.

 

Don Milani realizza a Barbiana una scuola a tempo pieno ove per tempo pieno si intende dodici ore al giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno. Don Milani concepisce la scuola come una comunità educativa ove non si trovava né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. Egli intuisce che l’apprendimento passa attraverso l’insegnamento. In termini psicoanalitici egli favorisce l’identificazione introiettiva innescando la circolarità del processo di apprendimento/insegnamento. Chi è in grado di comprendere un concetto, è in grado di spiegarlo a sua volta; è in grado di restituire sotto forma di insegnamento ciò che ha appreso. A Barbiana si faceva fatica ad accorgersi che uno (dei ragazzi) era un po’ più grande e insegnava. Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni il più giovane dodici (LP,p.12). Il desiderio di sapere è l’elemento comune la cui condivisione alimenta la relazione educativa e il processo di apprendimento. Il maestro nella concezione milaniana rinuncia alla propria individualità identificandosi totalmente nel ruolo di una sorta di mediatore culturale. Egli media tra la cultura dell’alunno, quella della comunità e quella della società più ampia. Non è depositario di un  sapere proprio o di un sapere ufficiale che elargisce secondo modalità che gli sono consone (e comode) riservandosi di giudicare il livello culturale e l’apprendimento conseguito dall’alunno, ma piuttosto si fa tramite tra culture diverse parimenti degne di attenzione. Secondo il paradosso milaniano il maestro non avrà nemmeno tempo e modo di leggere alcun libro per sé, privatamente, di acquisire conoscenze per sé, ma dovrà mettere ogni sapere appreso a disposizione dell’alunno facendo della propria capacità di apprendere, e di metabolizzare le conoscenze, non strumento di arricchimento personale ma mezzo per assolvere la missione educativa che lo impegna in modo totale. La lettura è un atto politico non privato, è comunicazione e aiuto.

 

Il relativismo linguistico e culturale, l’apprendimento euristico, la centralità dell’esperienza emotiva nel processo di apprendimento e di insegnamento, lo sviluppo del sé gruppale, l’interdisciplinarietà, la formazione permanente, - strumenti concettuali facilmente identificabili nella prassi milaniana,  ma che la scuola italiana andrà acquisendo solo nei decenni successivi e drammaticamente perdendo ai giorni nostri – sono messi al servizio della funzione sociale della scuola popolare. Una scuola anticlassista, in grado di perequare il disuguale, una scuola che siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. Un scuola che è l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico.

 

Un altro elemento mi preme focalizzare: l’idea che politica educativa e relazione educativa non possono essere scissi come elementi estranei l’uno all’altro e attribuiti a differenti livelli dell’apparato scolastico. Credo si possa evincere dall’insegnamento di Don Milani che l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’alunno e della sua formazione, responsabilità implicita nella pratica pedagogica, è di per sé un atto etico e politico da cui il maestro non può essere esautorato. Così come traspare l’indicazione che il maestro debba sentire come dovere etico/politico quello di formare nell’alunno uno spirito critico, unica difesa contro il conformismo culturale omologante e l’edonismo consumistico. Un maestro consapevole che l’obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni.

 

*Professore di Pedagogia della Relazione Educativa presso l’Università Cattolica di Milano

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