FUNZIONE DOCENTE E ORDINE DEGLI INSEGNANTI (di Stefano Lonza) |
Può essere realmente utile l'istituzione di un Ordine professionale degli Insegnanti? Ritengo proprio di si, in merito a questioni come la libertà d'insegnamento, la valutazione dell'azione formativa e la sua ricaduta sugli studenti e sulla carriera professionale, soprattutto in un momento, come l'attuale, in cui le novità normative degli ultimi anni e le modifiche culturali proposte hanno conseguenze sulla identità professionale degli insegnanti e conseguentemente sulla loro professionalità.
Va preliminarmente riconosciuto che nell'università e nella scuola di Stato degli ultimi trent'anni il livello di libertà conquistato dai docenti, sia come studiosi che come operatori scolastici, è stato notevole.Ora le cose stanno cambiando, la libertà è vista con fastidio, si inventa un'autonomia senza libertà, o meglio un'autogestione della miseria, non certo autonomia intellettuale e morale ma meramente esecutiva.
La libertà con cui interpreta e trasmette la cultura, è elemento essenziale dell'identit puà di ogni insegnante, ed è questo il motivo per cui la funzione docente non può essere equiparata al ruolo burocratico di impiegato, n&eacuto tanto meno l'insegnante pu può essere concepito come un mero esecutore di volont puà altrui. E' questa una delle specificità, se non la più importante, della funzione docente ed è proprio questa specificità fondamentale che rende possibile e realizzabile, anche in una professione che si attua nella sua quasi totalità nella forma dipendente, l'istituzione di un Ordine degli Insegnanti, inteso soprattutto come baluardo a difesa di questa libertà, di cui si sente la necessità, soprattutto in un momento come l'attuale nel quale si parla molto di autonomia, poco di libertà del soggetto, di pensiero critico e soprattutto si sta allestendo un nuovo potente apparato che dovrà stabilire il valore dei risultati e dei soggetti che lavorano nella scuola.
Ma cosa intendiamo per libertà d'insegnamento? Definiamola in negativo. Libertà di insegnamento non è libertà dai programmi: E' ovvio che è l'insegnante a fissare nei dettagli il programma di una certa materia che svolgerà in una certa classe, ma potrà farlo soltanto all'interno di una cornice definita con rigore.
Libertà di insegnamento non significa neppure libertà dalle finalità della scuola, perché non è ai singoli insegnanti né ai loro organi collettivi che compete questo: le finalità sono già fissate dalla Costituzione, quella stessa che riconoscendo alla scuola la sua reale e fondamentale funzione educatrice e formatrice la considera ancora Istituzione e non mero servizio.
Non significa neppure libertà dalle regole di valutazione. Devono infatti essere fissati - implicitamente o esplicitamente - standard nazionali di valutazione, perché un ragazzo che si diploma in una scuola deve essere valutato con regole omogenee rispetto a tutti gli altri che si diplomano nel suo tipo di scuola in ogni altra parte d'Italia Su ques'ultima questione lo Stato italiano si è assunta la non piccola responsabilità di lasciare grandemente indeterminate le regole di valutazione, una carenza, rispetto la quale gli insegnanti devono recuperare la funzione di attori importanti, ma non celandosi dietro l'alibi di un'eterna soggettività che ridurrebbe l'atto dell'insegnare ad una monade imperscrutabile dall'esterno, ma come categoria professionale tramite uno strumento principe autoregolamentativo e autogovernante quale può essere l'Ordine degli Insegnanti. Una necessità, sempre più impellente, per sconfiggere chi considera la scuola un'impresa come le altre e utilizza nel momento educativo e nella valutazione, una terminologia tipica delle discipline economiche che favorisce una pericolosa identità tra processi e percorsi, cercando di valutare i primi per sottovalutare i secondi, con gli apporti perniciosi di certo psicologismo che complica e rende virtuale o patologico ciò che è nella natura delle diversità e di una diffusa docimologia che pretende di misurare anche il rapporto educativo legandolo alla quantità e non anche alla qualità.
Definiamo dunque in positivo. Libertà di insegnamento è, innanzitutto, la libertà didattica, perché il professore - e solo lui - è il titolare del progetto didattico, cioè dell'insieme dei comportamenti professionali che permettono di ottenere i risultati voluti, meglio ancora se coordinati con quelli degli altri insegnanti che operano in una classe. Nessuno dall'esterno può indicare modalità professionali di azione senza ledere questa libertà. Da ciò discende che titolari della ricerca didattica non possono essere istituti specializzati, università e simili: titolari devono essere gli insegnanti stessi ed anche qui risulterebbe fondamentale l'azione di un Ordine degli insegnanti, dove gli stessi potrebbero predisporre gli strumenti utili per la propria formazione e l'autoaggiornamento, potrebbero avviare una riflessione sugli aspetti metodologici e tecnici relativi alla loro professione, potrebbero riconoscersi in un insieme di idee e istituzioni che ribadiscano la specificità della loro professione. C'è poi la libertà riguardo il proprio orientamento culturale, propria della persona in quanto tale. Nessuno vorrà negare questa forma di libertà di insegnamento, e poiché il processo educativo a scuola è sviluppo degli studenti come persone nel confronto con altre - non solo con insegnanti -, i giovani vengono educati alla libertà attraverso il modello e il confronto con la libertà di insegnamento dell'insegnante, in un continuo processo di rispecchiamento.
C'è un collegamento tra la libertà di insegnamento e il modo in cui viene definita l'identità professionale dell'insegnante ne consegue che i problemi legati alla esigenza di permettere una più articolata carriera agli insegnanti, poiché toccano per ovvie ragioni l'identità professionale dell'insegnante, possono avere conseguenze sulla libertà di insegnamento. Quello della carriera, d'altra parte, è uno dei temi che vengono invocati per risolvere il problema del malessere dei docenti. Lo stesso concetto di "carriera" è ambiguo: infatti per un insegnante può significare due cose del tutto diverse tra loro. In un senso un insegnante fa carriera quando smette di fare l'insegnante per accedere a funzioni diverse: quando diventa preside o ispettore o viene distaccato; in un secondo senso per un insegnante fare carriera significa sviluppare al meglio la propria capacità di svolgere bene il proprio lavoro sulla base di accumulo di esperienza e di confronto con i colleghi Se questo tipo di carriera viene riconosciuta all'insegnante (che insegna), allora se ne avrà un ritorno in termini di motivazione. Il problema è quali parametri utilizzare per valutare l'aumento di capacità dei singoli insegnanti.
Sono convinto della necessità di utilizzare solo criteri rigorosamente oggettivi e quantitativi quali l'anzianità di servizio e titoli attinenti strettamente alla professionalità docente, certificati sulla base di dati certi(corsi di aggiornamento in servizio su temi strettamente attinenti alla didattica della propria disciplina o all'approfondimento tematico strettamente finalizzato all'insegnamento, organizzati da enti riconosciuti dal MPI). Le ragioni per cui non devono essere utilizzati a fini di carriera elementi di valutazione a forte componente soggettiva sono molte, ma tra queste ce n'è una in particolare, di natura teorica, che vorrei citare. Uno dei caratteri che differenziano la scuola da altre istituzioni - ed in primo luogo dalle industrie e dal sistema produttivo - è che nella scuola non è mai possibile definire imperativamente tutte le finalità del proprio agire. E' vero che lo Stato fissa scegliendo le finalità da raggiungere ma non è mai possibile fissare un elenco completo di caratteri che il "prodotto finito" deve avere. Nell'uomo - che non è un prodotto - permane un elemento di libertà che rende impossibile questo. Questo elemento di libertà dello studente è il riflesso speculare della libertà dell'insegnante (che in quello trova uno dei suoi limiti). Il rispetto della libertà di insegnamento è fondato sugli stessi princìpi che portano a negare validità a criteri di tipo qualitativo per la carriera dell'insegnante. Non nego, quindi, che siano utili i parametri qualitativi per valutare il lavoro di un insegnante, nego che questi parametri possano servire da base per fissare il suo stipendio. Possono invece servire all'elaborazione del codice deontologico professionale (strumento fondamentale dell'Ordine dei Docenti) dei principi etici che finalmente suggellino una differenza tra chi svolge questo lavoro con impegno, passione e volontà e chi lo fa solo per ricevere uno stipendio alla fine del mese; delle norme che mettano fine a certe pratiche indecorose, come quella del doppio lavoro; delle regole che definiscano il campo e i confini della nostra professione, respingendo le sempre più evidenti intromissioni esterne provenienti dai cosiddetti esperti, dai politici, dai rappresentanti del mondo del lavoro, fino ad arrivare agli studenti e alle loro famiglie che, oramai, in qualità di "utenti del servizio scuola" hanno il diritto di intervenire e influenzare l'attività docente.
· Il problema quindi qual è? Come abbiamo detto in precedenza si sta allestendo un potente apparato volto a giuducare il valore dei soggetti che lavorano nella scuola a seconda delle conoscenze, dei valori e dei linguaggi che effettivamente servono alla produzione e preferibilmente di quelli soltanto. I docenti per fare carriera saranno così portati a burocratizzare il loro lavoro (per renderlo visibile) e a perseguire obiettivi definiti da parametri controllabili.In questo modo la scuola tenderà a formare non più uomini liberi, ma prodotti che rispondono a standard prefissati, ed ecco dimostrato come le forme di "carriera" e di valutazione degli insegnanti a fini di carriera hanno un effetto sulla libertà di insegnamento.
Per sconfiggere questa concezione il principale strumento a nostra disposizione è l'Ordine degli insegnanti, soprattutto se si vuole che questi siano il principale motore del cambiamento della scuola, intesa come luogo dell'apertura, dell'integrazione e rielaborazione culturale, come campo d'esperienza..
Stefano Lonza del Direttivo dell'Associazione Culturale l'AltrascuolA