È
opportuno che si inizino a considerare gli effetti destabilizzanti della
“globalizzazione” sul mondo dell’istruzione nel suo complesso e,
contemporaneamente, a riflettere su come i processi di
deregolamentazione, di decentramento, di massiccio uso delle tecnologie
dell’informazione e della comunicazione, che coinvolgono, in maniera più
o meno avanzata, i sistemi educativi di tutti i paesi del mondo
occidentale, introdotti indifferentemente da ministri di “destra” o di
“sinistra”, rispondano fondamentalmente all’esigenza, divenuta pressante
da 10 anni a questa parte, di modellare la Scuola sui bisogni
dell’impresa, al fine di favorire la sua competitività e flessibilità,
per adeguarla ai bisogni di un “mercato” in continua mutazione, in
funzione di una supposta nuova impiegabilità, tutta favorevole al
sistema del capitale. Per
quanto attiene al primo punto del ragionamento, è sotto gli occhi di
tutti il drammatico divario esistente, anche nel campo dell’istruzione,
tra il mondo occidentale e i paesi in via di sviluppo.
Da noi il settore
dell’educazione ormai ha assunto una dimensione imprenditoriale, il
business sta crescendo con un budget annuale del valore mondiale di 2000
miliardi di dollari e si parla sempre più apertamente di “mercato
dell'istruzione”, “ dei prodotti e dei servizi pedagogici”, di “imprese
educative”, fino ad arrivare addirittura a parlare di “mercato dei
professori e degli allievi”. Proprio a Vancouver, in Canada, si è svolto
nel 2000 il primo Mercato mondiale dell'istruzione, (World Educational
Market) dove l’hanno fatta da padroni gli editori dei prodotti
multimediali, gli ideatori e fornitori di servizi on line o di
teleinsegnamento, gli operatori delle telecomunicazioni e delle imprese
informatiche, i rappresentanti delle“università virtuali” con i loro
programmi di formazione “chiavi in mano” da proporre on line. È questo
un mercato in vertiginoso sviluppo in tutti i paesi industrializzati” e
la tendenza è quella di andare sempre più verso un sistema di istruzione
organizzata su base individuale, a distanza (via Internet), variabile
nel tempo, lungo tutta la vita e personalizzato; l’intenzione, neanche
troppo nascosta, è quella di portare il cittadino, ed in particolare il
lavoratore, a riciclarsi di sua spontanea iniziativa, da solo, sul
proprio computer, a propria spesa e durante il suo tempo libero. Quanto
alle regole, essendo questo un settore in via di sviluppo, risultano
poco chiare e la liberalizzazione e la deregulation che sta investendo
il settore educativo tradizionale, non promette certamente niente di
buono. Di contro, nei paesi in via di sviluppo, ci troviamo di fronte
alla situazione drammatica di oltre 130 milioni di bambini in età di
scuola elementare che crescono senza poter disporre dell'istruzione di
base, ed in generale, nel mondo che si è da poco affacciato sul 21°
secolo, abbiamo una tale situazione di disparità con quasi un miliardo
di persone incapaci di leggere un libro o di scrivere la propria firma,
e tanto meno di usare un computer o di capire un semplice modulo, i
quali sono condannati a vivere in condizioni più disperate, di povertà e
di cattiva salute, rispetto a chi invece possiede almeno queste
conoscenze di base. Sono gli "analfabeti funzionali del mondo" il cui
numero è in continuo aumento, a riprova di come la disuguaglianza
educativa sia ancora un mezzo di legittimizzazione di nuove forme di
divisione sociale; un fenomeno evidente e diffuso a livello planetario,
ma presente anche là dove meno te lo aspetti e cioè nel “ricco mondo
occidentale”, dove la conoscenza ritorna ad essere il principale
materiale per l’edificazione di un nuovo muro tra un ristretto numero di
detentori della stessa, organizzati nelle nuove corporazioni
professionali planetarie, e la massa, nuovo proletariato del capitale
mondiale, alla quale viene assicurato un bagaglio di competenze
minimali, strettamente necessarie per l’inserimento in impieghi precari
e poco qualificati. D’altro canto sembra proprio che la “nuova economia”
reclami soprattutto impieghi di basso livello di qualificazione. Dieci
anni or sono, negli Stati Uniti, l’informativa FAST II sull’impiego
aveva dimostrato che, tra le professioni con maggior tasso di crescita
si trovavano gli spazzini, gli infermieri, i venditori, i cassieri e i
camerieri. Successivi studi hanno confermato tale tendenza e dimostrato
che la domanda di manodopera tende a polarizzarsi con una forte crescita
degli impieghi ad altissimo livello di qualificazione (ingegneria,
informatica, biotecnologie...) da una parte, ma dall'altra parte, con
una crescita ancora maggiore, a carico di quei lavori che necessitano di
un basso grado di formazione specializzata, la cosiddetta“short term on
the job training”.
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La prospettiva,
quindi, è che gli estremi lavorativi crescano, i settori intermedi
diminuiscano e alla dualizzazione del mercato del lavoro corrisponda
inevitabilmente una parallela dualizzazione dell’insegnamento.
Se il 50-60%
delle proposte d’impiego non esige altro che lavoratori poco qualificati,
al mercato risulta poco vantaggioso continuare con una politica di
massificazione dell’insegnamento (preferisco parlare di massificazione
piuttosto che di democratizzazione dell’accesso all’istruzione, come
qualcuno ci ha voluto far credere) e così dalla fine degli anni ’80, i
sistemi educativi dei paesi industrializzati sono stati sottomessi a
critiche e a riforme senza fine: la decentralizzazione, la
deregolamentazione del sistema e la riduzione dei programmi che
favoriscono lo sviluppo ineguale in un quadro formalmente egualitario (in
questa ottica si inserisce pienamente la recente Riforma Moratti in
Italia), la crescente autonomia dei centri scolastici che permette di
ridurre i costi delegando, appunto, la gestione dell'austerità al livello
locale (come non pensare alla legge 59 del 2000 che ha istituito
l’autonomia scolastica), la diminuzione del numero di ore di lezione per
gli studenti, l’introduzione massiccia delle Tecnologie dell’Informazione
e della Comunicazione (TIC), l’incremento dell’insegnamento privato e a
pagamento che si affermano proprio là dove si realizza la progressiva
deregolamentazione del sistema pubblico.
Ma anche là dove la liberalizzazione della scuola non
ha preso il sopravvento, là cioè dove le politiche pubbliche svolgono
ancora un ruolo preminente nella ricerca e nell’istruzione, le stesse si
fanno promotrici di uno spirito imprenditoriale, del “modello impresa”
visto come il soggetto e il luogo principale della promozione,
organizzazione, produzione, valorizzazione e diffusione della “conoscenza
che conta”. Come si è detto in precedenza le modifiche che si stanno
apportando ai sistemi educativi non sono frutto di scelte personali di
alcuni ministri o del caso, ma sono inseriti in un piano generale di
adeguamento della scuola alle nuove esigenze dell’economia capitalista e
si realizzano sia sul piano dei contenuti didattici (ad esempio attraverso
l’affermazione di un funzionalismo pedagogico di matrice anglosassone, e
la svalutazione, di contro, dell’interpretazione storica e dell'oralità
dialogica, che evidentemente rispondono in maniera non sufficiente
all’esigenza di profitto economico che sta alla base di queste scelte) che
su quello dei metodi, per cui la sfera educativa tende a trasformare
l”istituzione scuola” in un “luogo” o peggio in”servizio”dove si impara
una cultura di competizione «ognuno per sé… riesci meglio degli altri e al
posto loro», piuttosto che una cultura di vita, di cooperazione «vivere
insieme agli altri, nell’interesse generale». Ma soprattutto le attuali
condizioni dei sistemi educativi globalizzati appaiono la puntuale messa
in pratica delle ciniche affermazioni presenti in un documento pubblicato
nel 1996 per i servizi di studio dell’OECD da parte di Christian Morrison“...Se
si diminuiscono le spese per il funzionamento di scuola e università,
bisogna fare in modo che non si diminuisca la qualità del servizio, ancora
a rischio che la qualità si abbassi. Si possono ridurre, per esempio, i
finanziamenti per il funzionamento della scuola o delle università, ma
sarebbe pericoloso ridurre il numero di immatricolazioni. Le famiglie
reagirebbero violentemente se non si permettesse ai loro figli di
immatricolarsi, ma non faranno fronte ad un abbassamento graduale della
qualità dell’insegnamento e la scuola può progressivamente e puntualmente
ottenere un contributo economico dalle famiglie o eliminare alcune
attività. Questo si fa prima in una scuola e poi in un'altra, ma non in
quella accanto, in modo da evitare il malcontento generalizzato della
popolazione”. Ora, basta sostituire il funzionario dell’organizzazione con
ciascun ministro dell’istruzione dei paesi occidentali e …il gioco è
fatto.
In questo contesto, quello che Massimo Bontempelli definisce
“totalitarismo neoliberista”, assume ancora più valore la proposta, che
faticosamente, ma con molta costanza, conduce l’UNIcobas, insieme ad altre
organizzazioni sindacali europee e a singoli insegnanti di diversi paesi
dell’Unione Europea, di costituire la FESAL (Federazione europea del
sindacalismo alternativo della scuola). Un progetto, avviato per difendere
la civiltà educativa, la professionalità docente, l’idea di cultura
disinteressata ed il libero accesso di tutti alle conoscenze portatrici
della comprensione del mondo, inserito in un più ampio fronte sociale e
culturale, capace di opporsi all'attuale sistema di vita, dominato da
un'economia interamente mercantilizzata, tecnicizzata ed
autoreferenzializzata.
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