Milaniani oggi, perché prevalga l’uguaglianza di opportunità
di
Davide Rossi
Ieri
alcuni di coloro che oggi sono qui presenti in questa giornata di formazione,
promossa da l’AltrascuolA, hanno telefonato per chiedere
se avessimo intenzione di cedere di fronte all’infuriare della neve, ho
risposto che noi non temiamo la neve perché ci è d’esempio il gruppo di ex
studenti di don Milani, che conosciamo e frequentiamo, i quali camminavano anche
un’ora tra le nevi alte per raggiungere la canonica di Barbiana,
tanto grande era la loro voglia di andare a scuola.
Un
desiderio che veniva mortificato in cittadini considerati di serie B, come quei
ragazzi di campagna, esclusi dalla scuola classista dell’epoca, ragazzi che
dovevano passar per la stalla ed aiutar la famiglia prima di prendere la via di
scuola. Don Milani ha dimostrato invece che tutti i
ragazzi, grazie anche alla Costituzione della Repubblica Italiana, sono
cittadini sovrani, anche i timidi ragazzi di Barbiana,
perché a ragione ricordava che la selezione è sempre contro la cultura. Don Milani criticava apertamente un’Italia che non riconosceva
uguaglianza di diritti, da qui il suo forzato esilio a Barbiana
dal ’54 al ’67, dopo l’esperienza nella parrocchia operaia di Calenzano dal ’48 al ’54 e la pubblicazione nel ’57 del
rivoluzionario “Esperienze Pastorali”.
Allora
è da chiedersi se i miei alunni – studenti del centro di Milano - siano ancora
i privilegiati di allora, quelli che venivano considerati cittadini di serie A.
Io credo di no, per il semplice motivo che si è sviluppata una omologazione
devastante, prevaricatrice e negativa.
Già don Milani nel 1957, dopo tre anni dalla
nascita della televisione la riteneva: “una maliziosamente lungimirante strategia
padronale contro i lavoratori”. Oggi la televisione uniforma i modelli e i
comportamenti, produce e induce desideri consumistici, è riuscita a trasformato
in disvalore la cultura. Oggi tutti i bambini sono
svantaggiati perché modelli sociali omologanti prevalgono ben al di là
dell’incidenza della sensibilità di insegnanti e genitori. Gli alunni di don Milani volevano andare scuola, ma la scuola di allora li
escludeva, i ragazzi di oggi possono frequentare la scuola, ma preferirebbero
non andarci. L’abbandono prima della conclusione delle medie da parte dei
dodicenni nelle province del Veneto rappresenta il drammatico segnale di una
tendenza preoccupante. Allora la sfida oggi è chiedersi se sia possibile
pensare ad una scuola che coinvolga, tenga insieme, insegni, promuova i saperi
critici nel rispetto della libertà di apprendimento degli studenti e della
libertà d’insegnamento dei docenti.
Io
cerco di praticare una scuola che sia autorevole e non autoritaria perché,
grazie anche alla collaborazione dei genitori, sono riuscito a far percepire ai
miei giovani, certamente attraverso l’entusiasmo per ciò che mi appassiona, che
quello che insegno può essere interessante ed utile per loro il futuro.
Dobbiamo avere il coraggio di pensare ad una scuola che trasmetta
l’insegnamento milaniano - attualissimo - secondo cui l’obbedienza non
è più una virtù. Allora – per don Milani - era il
diritto all’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare obbligatorio,
paradigma della società autoritaria, gerarchica e paternalistica dell’epoca.
Oggi è disobbedienza verso un conformismo dilagante che banalizza, immiserisce
il valore della cultura e della costruzione dei saperi. L’avventura umana e
culturale che nel corso C di via Ariberto a Milano – io insieme a Mauela Cavadini, mia
straordinaria collega - stiamo vivendo dai primi di settembre del 2000 ci ha
messo nel solco, lungo il percorso che porta, tra gioie, errori, ripensamenti,
slanci umani, a Barbiana, al suo insegnamento
profondo, al suo richiamo altissimo di uguaglianza di opportunità.
Io
sono insegnante ed anche sindacalista, impegnato, con l’Unicobas e
Noi immaginiamo un nuovo modo di vivere la scuola, in cui ad esempio un maggiore rispetto dell’ambiente si accompagni ad un maggior rispetto delle persone. Una scuola che non si riconosca in regole da rispettare, perché qualcuno ce lo ordina e a cui si debba obbedire, perché si obbedisce solo quando si ha paura e come ha scritto don Milani non si diventa cittadini obbedendo. Se uno obbedisce solo perché ha paura prima poi smetterà di obbedire. Obbedire non significa capire, invece si diventa cittadini responsabili capendo che per vivere insieme bisogna rispettare gli altri. Capire è meglio che obbedire, perché significa che abbiamo avuto modo di ragionare con la nostra testa ed esprimere il nostro pensiero e la nostra opinione. Compito degli insegnanti è quindi appassionare al sapere, informare, far conoscere, far capire a ciascun ragazzo, a ciascuna ragazza che è parte di una società, la quale può essere migliore solo se ciascuno rispetta gli altri. Non quindi regole, ordini o divieti, ma dialogo e confronto con persone – perché i bambini e i ragazzi di qualunque età sono prima di tutto persone – chiamate a comprendere il loro essere cittadini, a rendersi consapevoli dell’importanza della convivenza democratica, fondamentale per vivere come parte attiva e responsabile della comunità umana.