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Il velocipede e l’uva moscadella

di Davide Rossi

 

C’era una volta … - un re – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.” Con questo inizio popolare e al tempo stesso arcaico e contadino, come in prevalenza i regnicoli di quella lontana Italia, prendeva avvio dalle pagine del primo numero del “Giornale per bambini”, il 7 luglio 1881, il racconto a puntate di Carlo Collodi intitolato “La storia di un burattino” solo successivamente trasformatosi in “Le avventure di Pinocchio”. Esattamente centoventi anni fa terminavano le puntate, nel giugno 1883, a ridosso delle incipienti vacanze scolastiche che allora si protraevano sino ai primi di ottobre.

Il successo costante nel tempo di “Pinocchio” nasce forse dal fatto che è un personaggio tipicamente italiano, affettuosamente bugiardo, fondamentalmente buono anche se sfortunato, sempre capace di sopportazione. Nel testo dell’epoca è poi molto poco goliardico, ma probabilmente oggi più che letto è un libro regalato o una storia vista al cinema o in videocassetta.

Italo Calvino ha scritto a ragione che una delle dimensioni che rendono eterno “Pinocchio” è quella del suo vagabondare picaresco, una forma di romanzo desueta nell’Italia ottocentesca, ma non in Europa.

Mettersi a leggerlo oggi, nella sua versione originaria è quanto mai arduo, non a caso trovano nel 2003 miglior commercio e lettura versioni rivedute e ridotte. La lingua di Collodi, calata nella realtà del periodo e indirizzata a quella ristretta schiera di fortunati bambini che poteva accedere ad un periodico per ragazzi, è ormai davvero ostica.

Tuttavia nell’anno scolastico 2001/02 le seconde elementari di via Ariberto a Milano hanno deciso di affrontare la lettura con i ragazzi. Le titubanze sono vinte dall’entusiasmo della prova che per primi è rivolta a noi insegnanti. Nella mia classe, nel momento in cui ci siam trovati per mano l’augusto libretto s’è dovuto trovar un modo per procedere. Ho deciso per una settimana di leggerlo io per diverse ore e spiegarlo là dove i termini difficili iniziavano a germinare, come fiori di campo, qua e là. Dopo la fatica che mi è costata una professionalissima raucedine ho passato le pagine scritte alla loro lettura. Ogni giorno una o due pagine da leggere per loro e tutte le mattine venti minuti per sentire quali parole sconosciute avessero incontrato e sottolineato e per spiegarne loro il significato. “Pinocchio” offre diversi piani di asperità semantica, quella dei sostantivi desueti come  “velocipede” e quella dei nomi leggermente alterati rispetto alla loro forma corrente come “giandarmi”, “allegrezza”, quindi tutta una serie di espressioni come “perocchè”. Per vivacizzare e garantire una migliore memorizzazione, una volta ogni paio di mesi ho organizzato una sfida dividendo la classe in due gruppi che si interrogavano reciprocamente domandando il significato delle parole ardue precedentemente sottolineate spiegate, vinceva ovviamente la squadra in grado di offrire il maggior numero di interpretazioni esatte.

 


 

 

 

 

 

 

Il gioco è risultato utile, ma non ancora decisivo, è quindi valsa la pena di escogitare un ulteriore recupero dei termini ottocenteschi. Inventare una storia che attraverso quelle parole raccontasse di loro, una storia che poteva avvenire nella quotidiana contemporaneità della II C e dettarla.

I testi proposti sono stati due uno a febbraio e uno a maggio. Ne riproduciamo un sintesi con i passaggi salienti.  

Ecco il primo:

Un bel dì la classe si rammentò di Pietro che con il volto paonazzo mangiava ghiottonerie nascosto sotto il pastrano … la maestra incollerita gli diede un rude scappellotto … il malandrino ineducato tra lacrime e singhiozzi disse: “voglio fare un proponimento, sarò migliore” … proprio in quel mentre giunse, dopo aver parcheggiato il velocipede, il maestro che aveva mangiato l’uva moscadella con la fata Turchina sotto le fresche frasche di un arboscello … (il maestro disse) “non chiameremo i giandarmi, vogliamoci bene” e subito suonò la scampanellata dell’intervallo.  

 Ed il secondo:

Rizzatevi e chetatevi! Ma i  bambini bighelloni si baloccavano … si azzuffavano creando il pandemonio generale … le bambine tafanavano i presenti con urla sguaiate … il maestro durava fatica a placarli e la gola gli bruciava dall’arsione, non era avvezzo a tali situazioni … (poi)  nembi nell’aire … diluviò e il cortile si trasformò in un pantano … la classe esclamò a viva voce con un mugolio “oh” … lesto lesto con allegrezza seppur con voce fioca il maestro disse “andiamo in classe” … una collega vedendoli tutti inzaccherati sgridò il maestro: “grullo, cedi sempre alle loro bizze!” … (replicò il maestro) si impegneranno, in futuro terranno un comportamento lodevole … “sì - aggiunsero i ragazzi – saremo industriosi.”

  L’esito è stato un gran divertimento, apprezzato anche da molti genitori che hanno salutato con favore il confrontarsi con più stili. I bambini hanno quindi appreso che non esiste un solo modello comunicativo scritto. Il lavoro è durato un intero anno scolastico, iniziato sotto il dorato sole ottobrino si è concluso con la scuola, alle prime canicole di giugno, come Pinocchio abbiamo attraversato tutte le stagioni, il caldo e il freddo, la pioggia e la neve. Dopo tanta divertita fatica sulle più che centenarie pagine collodiane, l’ultimo giorno di scuola abbiamo visto quella che ritengo essere la più vivace e intelligente interpretazione cinematografica delle avventure, la versione coprodotta da inglesi e ceki uscita nella sale poco oltre la metà degli anni novanta.

 

 

 

 

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