“C’era una volta
… - un re – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete
sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.” Con questo inizio
popolare e al tempo stesso arcaico e contadino, come in prevalenza i
regnicoli di quella lontana Italia, prendeva avvio dalle pagine del
primo numero del “Giornale per bambini”, il 7 luglio 1881, il racconto a
puntate di Carlo Collodi intitolato “La storia di un burattino” solo
successivamente trasformatosi in “Le avventure di Pinocchio”.
Esattamente centoventi anni fa terminavano le puntate, nel giugno 1883,
a ridosso delle incipienti vacanze scolastiche che allora si protraevano
sino ai primi di ottobre.
Il successo costante nel tempo di “Pinocchio”
nasce forse dal fatto che è un personaggio tipicamente italiano,
affettuosamente bugiardo, fondamentalmente buono anche se sfortunato,
sempre capace di sopportazione. Nel testo dell’epoca è poi molto poco
goliardico, ma probabilmente oggi più che letto è un libro regalato o
una storia vista al cinema o in videocassetta.
Italo Calvino ha
scritto a ragione che una delle dimensioni che rendono eterno
“Pinocchio” è quella del suo vagabondare picaresco, una forma di romanzo
desueta nell’Italia ottocentesca, ma non in Europa.
Mettersi a leggerlo
oggi, nella sua versione originaria è quanto mai arduo, non a caso
trovano nel 2003 miglior commercio e lettura versioni rivedute e
ridotte. La lingua di Collodi, calata nella realtà del periodo e
indirizzata a quella ristretta schiera di fortunati bambini che poteva
accedere ad un periodico per ragazzi, è ormai davvero ostica.
Tuttavia nell’anno
scolastico 2001/02 le seconde elementari di via Ariberto a Milano hanno
deciso di affrontare la lettura con i ragazzi. Le titubanze sono vinte
dall’entusiasmo della prova che per primi è rivolta a noi insegnanti.
Nella mia classe, nel momento in cui ci siam trovati per mano l’augusto
libretto s’è dovuto trovar un modo per procedere. Ho deciso per una
settimana di leggerlo io per diverse ore e spiegarlo là dove i termini
difficili iniziavano a germinare, come fiori di campo, qua e là. Dopo la
fatica che mi è costata una professionalissima raucedine ho passato le
pagine scritte alla loro lettura. Ogni giorno una o due pagine da
leggere per loro e tutte le mattine venti minuti per sentire quali
parole sconosciute avessero incontrato e sottolineato e per spiegarne
loro il significato. “Pinocchio” offre diversi piani di asperità
semantica, quella dei sostantivi desueti come “velocipede” e quella dei
nomi leggermente alterati rispetto alla loro forma corrente come “giandarmi”,
“allegrezza”, quindi tutta una serie di espressioni come “perocchè”. Per
vivacizzare e garantire una migliore memorizzazione, una volta ogni paio
di mesi ho organizzato una sfida dividendo la classe in due gruppi che
si interrogavano reciprocamente domandando il significato delle parole
ardue precedentemente sottolineate spiegate, vinceva ovviamente la
squadra in grado di offrire il maggior numero di interpretazioni esatte.