|
I numerosi anni passati nella scuola
pubblica mi fanno a volte brutti scherzi: mi ritrovo a pensare al passato,
ai ministri precedenti, alle riforme, ai governi ballerini con un velo di
rimpianto, il che la dice lunga su quale sia la situazione attuale degli
insegnanti. Ora sta arrivando la stagione del “portfolio delle
competenze”, ma probabilmente non sarà l’ultima innovazione che cercherà
di incunearsi in mezzo al nostro faticoso appassionarci per i
ragazzi. Negli anni passati ci sono passate sulla testa autentiche
tempeste normative, leggi, imperiosi comandi e altrettanto imperiosi
contrordini a seconda di come tirava il vento; in tutto questo, oltre alla
consueta passività della categoria, c’è sempre stata, a voler ben
guardare, una comicità involontariamente latente. Chi è un po’ anziano
(per anni di servizio) si ricorderà senz’altro quel capolavoro di
scomodità che era la scheda di valutazione intorno alla metà degli anni
Novanta: era in triplice copia e aveva le dimensioni di una portaerei;
andava srotolata invadendo scuole limitrofe, giardini pubblici e sagrati.
Una volta acquistato non senza fatica lo spazio necessario per scriverci
sopra, cominciava la vera e propria operazione di copiatura dei voti: per
risparmiare tempo, anche se un po’ fuorilegge, si usava la carta carbone
marcescente in dotazione alla scuola; il tempo impiegato per far
combaciare perfettamente i lembi dei tre papiri e infilarci sotto la
famigerata carta carbone era l’equivalente del tempo impiegato da Proust
per la stesura della sua “Recherche”,
|
|
praticamente una vita intera. In caso di
insegnante impaziente e approssimativo che non stava lì a sovrapporre
chirurgicamente le schede, il risultato finale era il seguente: nel primo
foglio, l’originale, si riusciva a leggere la valutazione; nella prima
copia il giudizio era già evaso dal suo spazio e riempiva quello di
un’altra materia; nella seconda copia, la vera catastrofe: una grigia
savana indecifrabile dove la parte più comprensibile era quella rimasta
ricalcata sul banco. Oltre a questa ginnastica che si doveva fare ogni
quadrimestre, l’apoteosi si è raggiunta nel passaggio dai giudizi
(sufficiente, buono, …) alle lettere (A, B, …) sul modello anglosassone.
Per un anno abbiamo seguito corsi di aggiornamento che esaltavano le
proprietà miracolose delle lettere e di tutto un processo educativo
all’avanguardia; ci hanno costretto a seguire corsi informatici per
imparare a scrivere A, B, C, D, E sulla scheda (!) perché, ovviamente,
dietro a queste lettere si celava una rivoluzione del pensiero pedagogico,
educativo e didattico. A giugno abbiamo terminato la scuola carichi di
responsabilità e imbevuti di terminologie. A settembre abbiamo ripreso e
sorpresa: la scheda si era ristretta, erano tornati i giudizi classici e
le lettere erano state risucchiate in un buco nero. Ci hanno preso per il
naso (uso un eufemismo a me caro) un’altra volta: sono stati stanziati
miliardi per i formatori, per i programmi di computer, per i corsi di
aggiornamento; ci hanno trattato prima e dopo come decerebrati cancellando
con un colpo di spugna ministeriale quello di cui ci avevano imbottito per
mesi. Ora con il nuovo “portfolio” sarà molto diverso? Delle stagione
delle “lettere anglosassoni” ho tuttavia un bel ricordo, era stato un anno
mite e andavo al corso in bicicletta ...
 |