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“PORTFOLIO”, insomma PAGELLA

di Andreina Antelli

 

I numerosi anni passati nella scuola pubblica mi fanno a volte brutti scherzi: mi ritrovo a pensare al passato, ai ministri precedenti, alle riforme, ai governi ballerini con un velo di rimpianto, il che la dice lunga su quale sia la situazione attuale degli insegnanti. Ora sta arrivando la stagione del “portfolio delle competenze”, ma probabilmente non sarà l’ultima innovazione che cercherà di incunearsi in mezzo al nostro faticoso appassionarci per i ragazzi. Negli anni passati ci sono passate sulla testa autentiche tempeste normative, leggi, imperiosi comandi e altrettanto imperiosi contrordini a seconda di come tirava il vento; in tutto questo, oltre alla consueta passività della categoria, c’è sempre stata, a voler ben guardare, una comicità involontariamente latente. Chi è un po’ anziano (per anni di servizio) si ricorderà senz’altro quel capolavoro di scomodità che era la scheda di valutazione intorno alla metà degli anni Novanta: era in triplice copia e aveva le dimensioni di una portaerei; andava srotolata invadendo scuole limitrofe, giardini pubblici e sagrati. Una volta acquistato non senza fatica lo spazio necessario per scriverci sopra, cominciava la vera e propria operazione di copiatura dei voti: per risparmiare tempo, anche se un po’ fuorilegge, si usava la carta carbone marcescente in dotazione alla scuola; il tempo impiegato per far combaciare perfettamente i lembi dei tre papiri e infilarci sotto la famigerata carta carbone era l’equivalente del tempo impiegato da Proust per la stesura della sua “Recherche”,

 

praticamente una vita intera. In caso di insegnante impaziente e approssimativo che non stava lì a sovrapporre chirurgicamente le schede, il risultato finale era il seguente: nel primo foglio, l’originale, si riusciva a leggere la valutazione; nella prima copia il giudizio era già evaso dal suo spazio e riempiva quello di un’altra materia; nella seconda copia, la vera catastrofe: una grigia savana indecifrabile dove la parte più comprensibile era quella rimasta ricalcata sul banco. Oltre a questa ginnastica che si doveva fare ogni quadrimestre, l’apoteosi si è raggiunta nel passaggio dai giudizi (sufficiente, buono, …) alle lettere (A, B, …) sul modello anglosassone. Per un anno abbiamo seguito corsi di aggiornamento che esaltavano le proprietà miracolose delle lettere e di tutto un processo educativo all’avanguardia; ci hanno costretto a seguire corsi informatici per imparare a scrivere A, B, C, D, E sulla scheda (!) perché, ovviamente, dietro a queste lettere si celava una rivoluzione del pensiero pedagogico, educativo e didattico. A giugno abbiamo terminato la scuola carichi di responsabilità e imbevuti di terminologie. A settembre abbiamo ripreso e sorpresa: la scheda si era ristretta, erano tornati i giudizi classici e le lettere erano state risucchiate in un buco nero. Ci hanno preso per il naso (uso un eufemismo a me caro) un’altra volta: sono stati stanziati miliardi per i formatori, per i programmi di computer, per i corsi di aggiornamento; ci hanno trattato prima e dopo come decerebrati cancellando con un colpo di spugna ministeriale quello di cui ci avevano imbottito per mesi. Ora con il nuovo “portfolio” sarà molto diverso? Delle stagione delle “lettere anglosassoni” ho tuttavia un bel ricordo, era stato un anno mite e andavo al corso in bicicletta ...

 

 

 

 

 

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