Viva
la scuola della Repubblica Charles Coutel Edizioni LIBRILIBERI
di
Nino Donato
Riforma
o riformismo? Pedagogia o Pedagogismo? Un libro-intervista
che porta a chiedersi dove porti il processo di riforma o, per meglio dire, di
riformismo della scuola pubblica in Francia, che da oltre un decennio si
manifesta specularmente e contemporaneamente anche in
Italia. Un processo che al momento appare inarrestabile, perché guidato
con determinazione da forti appetiti politici, clericali, aziendali e, non
ultimi, localistici. Il dibattito si presenta
alquanto interessante, perché parte indicando subito quello che è stato un
“riformismo delle parole” alquanto confuso, retorico ed autoreferenziale.
Così il “progetto” soppianta il “programma”, si parla
di “giovani” e non di “alunni”, di “attività” e non di “corsi”.
E ancora “eguaglianza
dei diritti” che scivola fino a diventare “eguaglianza delle opportunità”.
Trattasi di un riformismo che sopravvive al di là delle
alternanze politiche e che vuole approdare ad un modello di scuola che prepari
i consumatori, i contribuenti, gli elettori, ma non certo i cittadini di una
repubblica. Apprendimenti parcellizzati e disorganici, richiesti da una classe
dirigente che ormai pretende di misurare tutto con criteri di bilancio e di
mercato e che, per questo, non può riconoscere l’individuo come soggetto di
diritti inalienabili quali la salute, l’istruzione, la giustizia, l’ambiente ed
altri, in quanto, per ovvie esigenze di flessibilità e
rischio, non può certo garantirli. Di questo passo ci si allontana sempre più
da una scuola “repubblicana” che “…..concorre a
promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti
dalla Costituzione…..” (legge 1859/62 istitutiva della scuola media
dell’obbligo), per avvicinarsi ad una scuola di tipo privatistico,
nella quale, una volta completata la trasformazione, non occorreranno più
esperti nelle varie discipline, ma generici operatori scolastici, perché verranno eliminati dall’insegnamento quegli strumenti
concettuali teorici considerati superflui o troppo difficili, riducendo le
lezioni a semplici descrizioni di fatti o ad elenchi di prescrizioni. Il filo
conduttore che attraversa l’intervista a Coutel
è la polemica nei confronti di una “pedagogocrazia”
ideologica che, associandosi all’interventismo politico nella scuola, ha messo
in moto una serie interminabile di piccole riforme che in tempi rapidamente
successivi si correggono le une con le altre, senza approdare alla fine ad un
vero miglioramento, anzi pervenendo ad una situazione di caos e fornendo un
ottimo pretesto al “ministerialismo” di manifestarsi
con una svolta che è punitiva nei confronti dei docenti e demagogico-elettoralista
nei confronti del cittadino. Chi oggi opera nella scuola non
fa a tempo ad assimilare il contenuto di una direttiva ministeriale (circolare,
decreto, legge) che già si sente investito da una novità che contraddice o
confonde la precedente. Tutto vorrebbe integrarsi per organizzare meglio
il lavoro dell’insegnante, ma l’effetto che ne consegue è
un crescente accavallarsi di preamboli e di ruoli che demotivano sempre più il
docente, snaturando o intralciando quello che è il suo compito essenziale. Il
risultato finale è una crescente limitazione della libertà di
insegnamento ed una “produttività scolastica” relativa alle abilità di
base (capacità di apprendimento, di lettura, di calcolo) che le statistiche
OCSE danno in netto declino. E’ la conferma della validità del proverbio turco
che dice: “quando il Visir vuol cambiare tutto,
bisogna cambiare il Visir”. Coutel approfondisce il
tema del riformismo analizzando le cause che hanno momentaneamente sconfitto il
pensiero filosofico repubblicano, il quale fonda sulla ragione i valori della
scuola e vigila sulla separazione fra potere esecutivo e insegnamento. Un
pedagogismo di origine anglosassone (Dewey, Rogers) è stato il cavallo di Troia che ha portato nella
scuola il modello di pensiero clericale. Ne è
conseguita, complice una deplorevole ignoranza della propria ricca tradizione
umanista e universalistica, una fascinazione del
modello di scuola anglosassone. Questo conferma che pedagogismo, clericalismo
ed economicismo ultraliberale possono convivere benissimo. Un modello che si
realizza attraverso uno scoutismo di stato e si concretizza
in una scuola che alla fine accontenta tutti: una scuola che integra in una
comunità locale e non nazionale; una scuola della redenzione e non della
emancipazione; dell’insegnante missionario che converte invece di istruire; una
scuola aziendalista che, invece di formare, persuade
sulle necessità di mercato, dei consumi
e del profitto; una scuola ministerialista , dove i
pedagogisti, diventano i consiglieri dei ministri per mascherare l’interferenza
politica, danno dignità riformista ad un processo di pseudorinnovamento
che finge di valorizzare l’alunno. Il risultato, alla fine, è una scuola che
accontenta tutti, deresponsabilizza e inibisce lo
sviluppo della coscienza critica. In queste condizioni parlare di formazione
del cittadino è semplicemente velleitario. Coutel,
nell’esporre i danni provocati dal riformismo francese, denuncia in particolare
i seguenti errori: l’acquiescenza acritica verso il sociologismo
e il pedagogismo dominanti da parte della sinistra di governo, trasformando la
scuola da luogo della trasmissione dei saperi a luogo della semplice
comunicazione, svalutandone di fatto la funzione
formativa del giudizio critico; l’adattamento della scuola alla società e
soprattutto al mercato secondo un metodo bassamente pragmatico, che sacrifica
la ragione e mortifica l’autentico interesse civico (ed economico) di formare
il cittadino illuminato; l’idolatria della tecnica, che rinforza negli allievi
il mito dei nuovi mezzi di comunicazione, spingendoli verso un uso
impropriamente invasivo nel campo delle materie fondamentali; l’allineamento
europeo a tutti i costi, che svende frettolosamente l’eredità repubblicana dei
“lumi” per accettare senza condizioni l’ideologia liberale anglosassone. Brevi
riflessioni sul riformismo in atto bastano a far sorgere domande molto
preoccupanti per il futuro. In alcune si intuiscono
già conseguenze paradossali al punto che ci si augura quasi di aver capito
male. Per esempio, si parla di autonomia scolastica.
Ma come si farà a formare la coscienza critica del cittadino, affinché egli
possa difendersi dalle mode fluttuanti dettate dagli interessi economici
prevalenti, se la scuola pubblica dovrà autofinanziarsi
attraverso le sponsorizzazioni di interesse privato? Che autonomia è questa, se le finalità della scuola sono
subordinate agli interessi del mercato? E ancora: come farà un alunno che ha
seguito un simile corso di studi a superare una prova di assunzione
per un lavoro che esige buona istruzione di base, flessibilità operativa,
intuizioni pronte e capacità competitive e volitive? Risultano
quindi evidenti le contraddizioni del riformismo attualmente imperante, a cui
si aggiunge, in Italia, il problema della parità scolastica con tanto di buono
scuola. È infatti difficile spiegare come una società multiculturale possa garantire il confronto tra le culture
nel momento in cui il business delle scuole “fai da te” dovesse sottrarre alla
scuola pubblica la funzione, finora svolta, di integrazione degli alunni
provenienti da realtà diverse.