Viaggio "distruzione"

di Andreina Antelli

Se mai fosse il caso di fare un monumento a qualcuno io lo dedicherei all'inventore delle gite scolastiche.

Entrate ormai a far parte delle attività obbligatorie di un Istituto, mi piacerebbe conoscere l'origine di questa prassi e, di conseguenza, il primo ideatore perverso di questa maratona agli anabolizzanti per docenti.

Sveglia a ore antelucane, mezzo di trasporto: bus, treno, aereo, bicicletta, motorino, piedi, a volte tutti insieme, non necessariamente in quest'ordine; viaggio all'insegna della merendina perché, si sa, gli adolescenti devono nutrirsi ogni quarto d'ora se no rischiano il coma ipoglicemico: già sul concetto di "merendina" si potrebbe aprire un dibattito perché nell'accezione del termine rientrano ettari di focacce, snacks di marca, cestini da pic-nic con panino alla cotoletta, thermos e olive. Le bevande scorrono a fiumi anche sui sedili del bus e i primi sessanta rullini fotografici sono stati fatti fuori per immortalare dal finestrino l'Autogrill o il compagno con il walk-man. Arrivo a destinazione, città d'arte, montagna, agriturismo è irrilevante.

Trascuriamo per un attimo il conteggio parossistico del numero degli alunni che i docenti fanno a qualsiasi ora del giorno e della notte nel timore o nella speranza di averne perso qualcuno. Ipotizziamo come meta l'intramontabile Firenze, ever-green del turismo scolastico: una volta scaricati nella città e fatto l'inventario degli oggetti lasciati sul treno, si parte con insegnante-giapponese-capofila con ombrellino in bella vista e insegnante chiudifila che si perde istantaneamente al primo chiosco di cartoline; in mezzo orde barbariche senza forma, vocianti, distruttive e, soprattutto, quattordicenni. Si può essere sbarcati sulla testa di Godzilla, ma l'attenzione vera è rapita unicamente dal cellulare: è lui il vero protagonista di ogni uscita ed è con lui che i ragazzi hanno un vero rapporto d'amore. Abbiamo visto tenere in mano cellulari nelle arrampicate, mentre si faceva equitazione, tiro con l'arco, tenerlo negli slip, nel pedalino come la pistola per l'ispettore Callaghan; si sono visti telefonini cadere nei gabinetti, implodere, captare segnali dallo spazio: durante la gita la vera avventura è riuscire a far mettere nello zainetto l'orrendo mostro satellitare. E le scarpe? Il concetto di praticità è relativo, se uno è comodo con i doposci può andare dove gli pare, ma la ciabatta al trekking delle Cinque Terre mi è sempre sembrato un azzardo; le Buffalo, scarpe giganti con zatterone e caviglia ingessata sono adattissime per il bagno all'Isola d'Elba, così come l'unico paio di scarpe di tela dopo tre giorni di neve allo Stelvio.

I poveri insegnanti, nel frattempo, che fine hanno fatto? Se la gita è in giornata verso le dieci di sera riaccompagnano i loro diletti alle rispettive famiglie e, presi da raptus, contano anche i fratellini e i nonni venuti ad accoglierli; se la gita è di più giorni, quel che resta dei professori viene riassemblato per l'incontro con i genitori al rientro: ci si scuote di dosso il briciolame, il vomito da bus, e con sorriso stereotipato si tenta di fuggire sgattaiolando nella propria automobile. La mattina del giorno dopo, i colleghi rimasti a casa ti chiedono: "Ti sei fatta le labbra al silicone?" "..., o, è un herpes gigante!".