Nel panorama della scuola italiana, strattonata tra riforme fatte, rifatte ma
di fatto mai compiute, siamo gli sfigati della situazione: non tanto giovani
da progettare un ben che minimo futuro lavorativo, non tanto...anziani da essere
pronti ad essere fatti fuori, dal servizio come dalla società; non tanto
soddisfatti del percorso professionale condotto fin qui, non tanto a posto con
la coscienza per avercela messa tutta a migliorare il sistema scolastico così
come l'ambiente di lavoro; non tanto colpevoli del personale destino, ma neanche
tanto estranei alle responsabilità del presente.
Siamo noi, professori mediamente cinquantenni, (ma ce ne sono anche di più
giovani prematuramente colpiti da improvviso senso di inadeguatezza...), ormai
convinti, alle soglie dell'ultima trance di servizio prima di imboccare il viale
della pensione, di valere poco o nulla e chissà, forse,di non avere mai
avuto un valore professionale reale.
Lo si deduce dal fatto che nell'ambiente scolastico non siamo oggetto dell'interesse
di chicchessia, non siamo che dei numeri, nell'elenco alfabetico sul registro
delle firme di presenza, o nelle pagine del librone dello stato di servizio
del personale. In occasione dei colloqui con i genitori siamo dei nomi su un
foglietto più o meno stropicciato nelle mani di un papà, salvo
poi diventare un codice nei tabulati del provveditorato agli studi.
Tutto molto concreto, a rappresentare uno stato di un'astrazione totale, assoluta,
per paradosso in una situazione, quale quella scolastica, che è di un
indefinibile stato, quasi rapportabile al trascendentale per portata e significanza
.
In nome della logica dell'organizzazione, benché "debole" per
dirla con Romei, il ruolo, la funzione, il valore del docente oggi risultano
nei fatti sviliti, azzerati e svuotati di senso, e pensare che noi siamo..."risorsa".
Vien da pensare ad una fonte a cui abbeverarsi, a linfa viva che appaga fame
e sete di conoscenza, a un otre pieno di ogni grazia: scienza, esperienza, umana
pietas (quella di Enea)..., porto sicuro nelle procelle dell'età giovanile
(alla Robin Williams: "...o capitano, mio capitano!" ), riferimento
certo per i genitori ormai spesso impotenti e/o vilmente rinunciatari al cospetto
delle inquietudini giovanili; bersaglio della società pretenziosamente
buonista, quando c'è un'emergenza collettiva da fronteggiare (da quella
ambientale al rispetto del codice della strada o alla scelta dei simboli religiosi).
In collegio, quello dei docenti, siamo "zero", tanto poche sono le
persone che votano come noi, esprimendo le nostre stesse perplessità
per quel POF appesantito da quattromila progetti tutti uguali, tutti sfacciatamente
remake di moduli curricolari, per quell'apertura al territorio che a volte si
riduce ad uscite per spettacoli cinematografici o per una visita guidata a Roma
nei giorni che precedono il Natale con 12 alunni nel bus zeppo di docenti accompagnatori....Perplessità
per il Socrates destinato ad una mezza classe di privilegiati, per quei PON
sempre uguali, per quel mare di alunni che subisce una scuola sempre immobile
dietro una maschera di innovatività riservata a pochi, gestita da pochi
e per questo poco attinente a criteri di equità e di onestà, ben
oltre qualunque certificazione di qualità. Noi zero proprio quella non
percepiamo: qualcuno ci spieghi per favore se per qualità si deve intendere
una coerenza fra il dichiarato e l'eseguito o piuttosto un pezzo di carta da
esibire nel pedigree!
Nei consigli di classe i docenti professionisti alla moda, la maggioranza, i
nostri outsider, spesso hanno pochi voti sul registro, parlano degli alunni
con la puzza sotto il naso, dando motivazioni di tipo giustizialista ai comportamenti
del solito bulletto o dello svogliato cronico: mai che dalle loro bocche esca
un dubbio sull'operato del corpo docente, una domanda sull'efficacia dell'iter
formativo programmato, su quali azioni siano state e si vogliano mettere in
campo per fronteggiare certe manifestazioni di disagio adolescenziale. ["Disagio,
ma quale disagio!: Questi ragazzi hanno tutto, sono solo sfaticati e viziati
e, peggio ancora, hanno genitori che rifiutano di fare il loro dovere,demandandolo
ad altri....bla, bla, bla...!"]
Ho assistito, giusto un attimo prima di vestirmi da zero e tirar fuori criticità
e propositività, a rese incondizionate di fronte ad un caso di anoressia
gravissimo o ad un ritardo di apprendimento camuffato da svogliatezza, oltre
che ad innumerevoli casi di valutazione sommaria piuttosto che sommativa, nella
logica di chi si mette alla finestra per vedere gli alunni ( mal)capitati lì
per caso, cosa sono capaci di fare...
Il professore zero arriva puntuale ogni mattina, rispetta persino i famosi 5
minuti prima dell'inizio delle lezioni, impiega le ore di spacco nel laboratorio
d'informatica per ...navigazioni culturali, o resta in un angolo remoto della
scuola a rivedere la lezione che ha organizzato per l'ora successiva, piuttosto
che uscire per compere o restare a spettegolare dell'ultima storiella, in istituto,
tra due chiacchieratissimi colleghi.
Nonostante tutto ciò ed altro ancora, tuttavia, cuore e mente mi dicono
che il professore zero è nel giusto e, sotto sotto, è anche appagato
del lavoro che fa.
Quale altro impiego potrebbe dargli il piacere di condividere con altri, e giovani
per giunta, quello che ha imparato con passione e sacrificio?
Quale compito è meglio assolto, quando si ha la certezza di aver raddrizzato
un percorso di crescita che si presentava pericoloso e destinato all'infelicità?
Cosa può valere di più dell'abbraccio tenero di un alunno, ormai
adulto, incontrato per strada (o dietro uno sportello di banca o a capo di un'azienda),
che in un attimo cerca di ritrovare nei tuoi occhi affetti già conosciuti:
l'ansia di uno sforzo, il dispiacere di un rimprovero, le emozioni di un successo,
la commozione di un saluto, o che semplicemente ha piacere di comunicarti che
ha sostenuto quel tal esame e non ha incontrato alcuna difficoltà perché...quelle
cose "le avevamo già fatte, se lo ricorda, professoressa!"?
Nella scala delle esagerazioni c'è anche lo zero assoluto. E' un professionista
riflessivo che punta la sua personale mission professionale e quotidiana sull'innovazione,
in termini di focalizzazione del processo di insegnamento-apprendimento, ricerca
di metodi e strategie per una mediazione culturale, assunzione consapevole di
responsabilità, funzioni e compiti, esigenza di sinergie professionali
all'interno della cooperazione collegiale.
E' un modello che in un barlume di estrema speranza, auspico in espansione in
un prossimo futuro nel sistema scolastico italiano; credo che saprebbe attivare
una riorganizzazione del sapere capace di recuperare nozioni essenziali come
l'umanità, la natura, l'universo, la realtà contestuale, in una
globale riforma del pensiero. Il sogno che inseguo è quello di Morin,
di una democrazia cognitiva capace di formare cittadini che autostimino la personale
capacità di affrontare la vita e le problematiche connesse.
Solo così l'educatore potrà scongiurare il pericolo di vedere
relegato il suo ruolo e, peggio, la sua funzione, in un mero ruolo impiegatizio.